PACITTO F. nato il 04.05.1927 a Filignano, ivi residente…
L’otto Settembre 1943, mentre mi trovavo nel campo sportivo di Filignano con amici coetanei a giocare a pallone, arrivarono delle colonne di SS tedeschi con una decina di moto e jeep. Alla loro vista, noi giovani scappammo; 7/8 di noi furono presi e portati via. Di sera del medesimo giorno i tedeschi si misero in cerca del sindaco Mancini Celestino, dal quale pretendevano case per istallarvi il loro comando, nonché letti per duecento persone. Il sindaco espresse la enorme difficoltà, ma i tedeschi lo minacciarono:gli imposero di emettere ordinanza di requisizione. Probabilmente, Filignano fu scelto perché costituiva un punto strategico e confluente di varie strade con molti soldi sbocchi. Davanti al cimitero c’è un grosso larario. Qui erano posteggiati molti e vari automezzi tedeschi, i quali furono mitragliati e bombardati dagli alleati che incalzavano la retroguardia tedesca. Subito dopo il loro arrivo i tedeschi iniziarono la razzia degli uomini, collaborati da 4/5 cittadini di Filignano , i quali portavano i soldati tedeschi per tutte le case, ove sapevano che si trovavano uomini validi. La maggior parte della popolazione venne presa e trasferita in varie parti di d’Italia. A Filigano rimanemmo poche famiglie.
Verso
la fine di ottobre e i primi di novembre, abbandonammo il nostro paese,
divenuto zona di guerra, e ci recammo prima alla frazione di Lagoni, poi
scappammo verso Casalcassinese , Borgata Polmonara.
Eravamo circa 70 (settanta ) persone, in quanto con
noi si erano unite molte altre persone provenienti da Venafro, le quali prima
si erano rifugiate nella mia casa paterna, in contrada Torrevecchia. La borgata
Polmonara era abitata in tutto da circa 40 persone. Quando stavamo per giungere
alla Polmonara , giunse un grosso proiettile di cannone che cadde sopra una
“macera”, a circa 7/8 metri al posto ove mi trovavo personalmente. Lo
spostamento d’aria mi scaraventò lontano circa 10 metri. La fortuna mia e di
tutti coloro che formavano la compagnia fu che il proiettile non scoppiò. Mia
madre Rosa, vedendomi proiettato lontano, emise un forte grido di spavento. Ma
io non riportai danni, oltre qualche dolore diffuso. Man mano che i tedeschi
avanzavano dietro di noi in ritirata, anche la nostra compagnia scappava
oltre;quindi arrivammo ad Acquafondata ove la compagnia si disperse. Così
rimanemmo insieme circa quaranta persone. Nell’entrare del paese, una
squadriglia (circa 40 aerei ), attraversò il cielo sganciando una grande
quantità di bombe, che sibilando nella caduta, incutevano grande terrore alla
popolazione. Una bomba di 300 Kg, in particolare cadde nei pressi
dell’abitazione della casa di Vincenzo Lombardi dove ruzzolò e andò a finire
giù alla discesa davanti alla casa di Occhiaperti, senza esplodere. Perciò,
tutta la compagnia si salvò dalla totale strage. Rimase in noi soltanto il
terrore. Tutta la compagnia ci rifuggiamo in una casa, dove trovammo numerosi
strumenti musicali (tromboni, contrabbassi, bassi grossi, piatti, grancassa…).
La notte successiva scappammo via terrorizzati dai grossi massicci bombardamenti degli Alleati che inseguivano la
retroguardia tedesca. A questo punto rimasi solo con la mia ci rifugiammo
mentre gli altri si dislocarono per varie direzioni. Con la mia famiglia ci
rifugiammo nella frazione Mastrogiovanni. Il giorno successivo fui preso dai
tedeschi con un altro ragazzo. Ci rinchiusero in una stanza con circa altri
venti giovanotti. Improvvisamente i tedeschi scelsero me e l’altro ragazzo, a
me sconosciuto, e ci imposero di trasportare al fronte una damigiana di vino.
Due soldati ci scortavano, uno avanti e uno in dietro. Sulla salita il ragazzo
scivolò, lasciando cadere la damigiana, che si ruppe. I militari reagirono
violentemente contro me e il ragazzo, con calci, pugni, calcio del fucile,
senza preoccuparsi di chi aveva provocato l’incidete. Abbandonando il ragazzo
mi obbligarono a seguirli ed a rivenire altro vino, minacciandomi di uccidermi
se non lo avessi trovato entro un’ora di tempo. Per fortuna trovai una signora
di Filignano, che mi salvò, dandomi un boccione di un litro e mezzo di vino,
che fui costretto a portare al fronte. Lungo la strada avvertimmo la presente
di 4/5 fuggiaschi:impostomi di fermarmi e di aspettarli, inseguirono quel
gruppo di persone. Ma allontanandosi sbattei il boccione di vino a terra, e me
la filai per la montagna, coperto anche dalle ombre della sera e dalla nebbia
che calavano (era a fine novembre ). Mi trovai durante la notte sulla cima del
monte Pantano. Avvertivo odore di caffè e, credendo che fosse una civile
abitazione mi diressi verso il punto da dove l’ aroma veniva. Mente camminavo
avvertivo qualcosa di strano sotto i piedi. Abbassandomi scoprii che si
trattava di bossoli di mitragliatrice, mentre davanti a me scorsi un soldato
che carponi dormiva con la testa appoggiata alla mitraglia. Poco lontano si
sentiva un mormorio di persone:erano soldati tedeschi. Spaventato scappai a
zonzo, senza rendermi conto dove mi trovassi e dove ero diretto. Allora presi a
discendere attraverso i boschi nella speranza di trovare persone e case nella
pianura sottostante. Mi trovai in una casa di stucchi, a circa cento metri
dalla frazione Pantano. Appena misi piede nell’abitazione, costatai che il
pavimento era tappezzato di cadaveri appartenenti a militari e civili uccisi.
Udii un lamento. Era una donna tutta trivellata e grondante di sangue che mi
faceva segno di avvicinarmi, ma io, in preda al terrore, scappai, rammaricato
perché non avrei potuto soccorrerla. Morti per terra incontrai lungo la strada
della frazione stessa: erano militari marocchini, tedeschi e anche animali.
Erano caduti evidentemente in uno scontro violento tra i due eserciti nemici.
Tentai allora di imboccare la strada per giungere nel mio Paese. In località
Forcella rivenni un militare dell’esercito alleato, il quale mi perquisì, dopo
avermi puntato il fucile contro. Non avrebbe voluto farmi proseguire, ma altri
militari americani si avvicinarono,e, tra questi, uno parlava la lingua
italiana. Dopo avermi sottoposto ad interrogatorio ed aver ascoltato la mia
odissea, mi lasciarono passare, non senza raccomandarmi di fare molta
attenzione in quando avrei potuto incappare in campi minati. Filignano e tutti
i paesi d’intorno erano occupati dalle truppe alleate e non scorsi nessun
civile. Giunto a casa mia, località “Travarecce”, notai molti soldati che
sparavano dai vari obici verso Casalcassinese. I militari, tramite qualcuno di
loro che parlava in italiano mi cacciarono via.
Quando mi trovai alla frazione Mastrogiovanni conobbi
un tale dalla pelle scura, in una stalla il quale, spaventato dalla mia
presenza se ne scappò, ma giunto alla polmonara fu preso dai soldati alleati e
impiccato. Fu detto all’ora che trattavasi
di un disertore indiano,catturato dal suo medesimo comando.